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Stefano Manzotti

 

Stefano Manzotti

L’immagine seducente di un quadro si esprime attraverso un’infinità di informazioni che creano collegamenti sensoriali nel fruitore che gode dell’esperienza ottica, ma ancor prima nel traduttore-artista, in una visione interiore che riemerge come fusione lavica all’esterno, comprimendo ogni particella di forma e di colore nell’immagine pittorica. Se si condivide il pensiero di R. Arnheim che l’arte è qualcosa che ci soccorre nei momenti di difficoltà ed è strumento che ci aiuta a capire l’umano divenire, così a far fronte agli aspetti terrificanti di tali condizioni, la creazione di questa immagine piena di un ordine denso di significato offre un rifugio dall’insopportabile confusione della realtà esterna. Una sera vidi animarsi su di una piccola sedia un corpo di violino senza testa e mi chiese, con il suo cuore di legno, di bere e di fumare la pipa. Era pronto e aspettava impaziente di essere ritratto nelle sue funzioni che, pacatamente e orgogliosamente, rivestiva in quei giorni di seduta in atelier. Ripeto “rivestiva”, un ruolo come un attore, poiché lo trovai in diversi abiti nei dipinti successivi, come se quelle composizioni che paiono essere l’equivalente di brani di nature morte, in duplice realtà svelavano lo svolgersi di un’azione teatrale. Che paradosso quando mi accorsi che gli stessi oggetti che avevano preso vita nei dipinti rappresentavano l’uomo, che a sua volta li aveva creati un tempo come prodotti per svolgere le diverse attività umane, e che ora si rendevano visibili in piena autonomia muovendosi di loro stessa iniziativa. E queste visioni mnemoniche traslano anche in scene di carattere mitologico come fosse un cordone ombelicale mai reciso dal quale nutrirsi, fonte inesauribile di conoscenza e consapevolezza degli arcani movimenti esistenziali della nostra umanità. Tritoni alati, sirene, fauni e satiri sono visioni interne e ancor più profonde di un mondo già conosciuto dalle prime civiltà, che hanno reso possibile lo specchiarsi nelle acque del mediterraneo come elemento di crescita e di sviluppo culturale e cultuale come dice F. Braudel. Gli oggetti rendono visibile l’uomo, l’uomo rende visibile il mito.



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