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Mercato dell’arte e “pesci” d’aprile: spunta fuori un nuovo Caravaggio mentre barcolla l’attribuzione del Salvador Mundi
14/04/2021

Mercato dell’arte e “pesci” d’aprile: spunta fuori un nuovo Caravaggio mentre barcolla l’attribuzione del Salvador Mundi


di Elisabetta Roncati

Approfondiamo assieme due delle vicende storico artistiche che più stanno tenendo banco negli ultimi giorni

In questo aprile 2021 il settore dell’arte ha abbondantemente, suo malgrado, tenuto fede alla tradizione popolare.
Infatti operatori, storici e critici hanno passato giornate concitate muovendosi dall’attribuzione di un ricomparso “Ecce Homo” alla messa in onda di un documentario francese che pone seri dubbi sull’attribuzione (e conseguente prezzo di vendita) del famoso “Salvador Mundi”.
Veniamo però ai fatti.
La prima notizia arriva dalla Spagna dove il 18 marzo la casa d’aste Ansorena, ben nota sul suolo iberico nel settore dei gioielli e opere d’arte, ha esposto nella sua sede i lotti destinati all’asta dell’8 Aprile. In particolare è stato il numero 229 ad attirare soprattutto le attenzioni di due autorevoli mercanti italiani: Fabrizio Moretti e Marco Voena. Nello specifico l’opera all’incanto era un olio su tela di 111 cm x 86 cm. Intitolata “L’incoronazione di spine” era attribuita alla cerchia di Josè Ribera, pittore barocco noto come lo Spagnoletto.
Base d’asta: 1.500 Euro.
Oltre alla magistrale esecuzione pittorica, a far fibrillare gli amanti dell’arte è stato il fatto che da anni circolino voci di una probabile opera di Caravaggio, di epoca napoletana, in Spagna. Anche Vittorio Sgarbi, tempo addietro, si era pronunciato in tal senso.
In aggiunta da tempo si pensa che nel corso della sua carriera Michelangelo Merisi abbia dipinto un “Ecce Homo” (questo il vero titolo dell’olio, se se ne accertasse la paternità).
Nel Novecento a Caravaggio sono stati attribuiti altri Ecce Homo, ma sempre con notevoli perplessità di una parte della critica.
Insomma tale è stato il clamore che la Ansorena ha ritirato il lotto.





Effettivamente, stando a comprovati documenti d’archivio, nel 1657 il Viceré García Avellaneda y Haro, secondo Duca di Castrillo, possedeva proprio un “Ecce Homo” del pittore lombardo, dalle dimensioni leggermente maggiori. Inoltre, al suo rientro in Spagna nel 1659, García Avellaneda y Haro portò con sé moltissimi capolavori come “La Visitazione” di Raffaello e la “Salomé con la testa del Battista” proprio di Caravaggio.
Perché non avrebbe potuto traslare anche l’altro capolavoro del Merisi?
Al momento in Spagna i dipinti del noto italiano sono tre: “Santa Caterina d’Alessandria” al Museo Thyssen-Bornemisza, “Salome con la testa del Battista” al Palazzo Reale di Madrid e “Davide e Golia” al Museo del Prado.
Dunque agli studiosi non resta che capire, sotto il pesante velo di sporco, se davvero la mano che ha forgiato la tela sia quella di Caravaggio.
In caso di esito positivo potrebbe essere rimessa in discussione la longhiana attribuzione dell’“Ecce Homo” attualmente conservato nel genovese Palazzo Bianco, oggetto di un interessante convegno nel 2019.
Venendo al mercato spetterà alle autorità locali, la direzione del patrimonio della Comunidad di Madrid, dichiarare il quadro un Bene di Interesse Culturale in modo che, in caso di vendita, lo Stato possa esercitare il diritto di prelazione.

Passando alla seconda notizia, è stato proprio trasmesso ieri, Martedì 13 Aprile, sul canale d’oltralpe France 5, il documentario di 90 minuti “Salvator Mundi, la stupéfiante affaire du dernier Vinci” della giornalista Antoine Vitkine. Come molti di voi ormai sapranno l’opera venne acquistata da un intermediario di Mohammed bin Salman (MBS), principe ereditario dell’Arabia Saudita, durante una leggendaria asta da Christie's, conclusasi nel 2017, dopo rilanci di 20 milioni in 20 milioni. L’aggiudicazione record fu di 450 milioni di dollari.
L’opera più cara della storia.
Bisogna precisare che l’Arabia Saudita non ha mai emanato una comunicazione ufficiale in merito al possesso da parte di MBS.
L’assunto alla base del disconoscimento, secondo il documentario, poggerebbe sulla mancata esposizione dell’opera al Louvre nel 2019, in occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario della scomparsa di Leonardo da Vinci. Secondo Antoine Viktine il dipinto non sarebbe stato presentato in quanto, dopo le analisi di laboratorio, gli esperti del Louvre si sarebbero accorti che l’esecutore sarebbe in realtà afferente alla cerchia di Leonardo da Vinci.
Il maestro avrebbe contribuito con pochissime pennellate.





Simili ipotesi erano però state fatte già prima del passaggio in asta, quando alcuni studiosi attribuirono la tela a Giovanni Antonio Boltraffio.
Stando al documentario, l’esito sarebbe stato comunicato ai sauditi, che avrebbero insistito per un’esposizione come autografo del grande Da Vinci. Alla fine le realtà scientifico critiche avrebbero, invece, prevalso.
Dopodiché dell’opera se ne sarebbero addirittura perse le tracce ufficiali: forse custodita sul costosissimo yatch del principe ereditario, forse depositata in un caveau a New York.
Insomma, già dalla sua prima apparizione pubblica il “Salvador Mundi” ha sempre fatto parlare di sé, non c’è dubbio.
Ma anche il documentario francese non è passato indenne.
Infatti nel plot del film sono stati inseriti elementi non del tutto chiari a supporto delle tesi espresse. In primis viene citato un catalogo, edito dallo stesso Museo del Louvre, che in realtà non si è certi sia stato mai pubblicato.
Insomma i dubbi permangono.
Sarà, a mio giudizio, difficilissimo porre una pietra tombale sulla questione anche nel prossimo futuro.
L’unica possibilità a favore della chiarezza potrebbe derivare dal consenso dell’Arabia Saudita alla pubblicazione dello studio sul “Salvador Mundi” condotto appunto dal Museo francese e dal C2RMF, sciogliendo l’obbligo di riservatezza.
Un’ipotesi molto remota considerando l’attuale situazione politico sociale saudita e le questioni diplomatiche che tale azione andrebbe a toccare, addentrandosi in un territorio molto più oscuro di quello della sola arte e cultura.






Genovese di nascita, milanese d’adozione, Elisabetta Roncati ha deciso di unire formazione universitaria economica/manageriale e passione per la cultura con un unico obbiettivo: avvicinare le persone all’arte in maniera chiara, facilmente comprensibile e professionale. Interessata ad ogni forma di espressione artistica e culturale, contemporanea e non, ha tre grandi passioni: l’arte tessile, l’arte africana e l’arte islamica.
Consulente in ambito arte, crede fermamente che la cultura abbia il potere di travalicare i confini delle singole nazioni, creando una comunità globale di appassionati e professionisti.
Nel 2018 ha fondato il marchio registrato Art Nomade Milan, con cui si occupa di divulgazione digitale sui principali social media.
Perché, “L’arte è un incidente dal quale non si esce mai illesi” (Leo Longanesi).

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